COMINCIAMMO LA NOSTRA GIORNATA – Racconto breve di Mahmud al-Rimawi


Una mattina invernale, molto presto, mi svegliai d’improvviso, senza passare per quella zona intermedia tra sonno e veglia. Come un apparecchio cui era stata staccata la corrente d’un tratto mi bloccai, persi voce e movimento, ritrovandomi nudo sulla riva di una mattinata precoce in una amara veglia. La testa svuotata dai pensieri come un orologio “sfasato”. Che aspra similitudine!  Tuttavia calzante, come un idea muta che, sebbene stesse proprio sopra di me, non riuscivo a raggiungere. Mi girai con un movimento semi-istintivo ed vidi l’orologio accanto a me sopra il tavolo: le sette passate. Non c’era tempo. Il tempo è severo e definitivo, senza compassione né ritorno. Mi adeguai. Dopo dieci minuti ero arrivato interamente davanti all’ingresso dell’edificio. Ero in uno stato di paura e turbamento. E quando vidi l’autobus arancione, proprio lui, accovacciato davanti a me, rimasi prosciugato sul posto, malgrado mi ci imbattessi ogni giorno. Era veramente un autobus strano, tuttora ignoro la ragione profonda per cui è stato scelto per questa missione, giacché non aveva la sagoma dei soliti autobus: era largo, di forma più o meno quadrata, arcuato e convesso ai lati, come un ammasso di residui minerali.

Aveva pareti solide e spesse come quelle di un carro armato. Le finestre  erano alte e strette come quelle di una prigione. Quanto alla parte anteriore dell’autobus, davanti all’autista, era piccola e sottile, come il muso di una volpe. E l’autobus arancione, accovacciato come un animale mitologico, emetteva un grido soffocato e acuto: era il suono del clacson. Un suono senza melodia, stabilità o regolarità temporale che fuoriesce solo quando meno te l’aspetti. Questo suono era ciò che riuniva i bambini e gli scolari, e li catturava. I bambini, i bambini dei vicini, accorrevano con i loro abiti bianchi e blu, con i loro visi assonnati e pallidi, gli occhi sottili e vaganti, i piedi incespicanti e scalpitanti, con gli zaini pesanti, ciondolanti, che pendevano verso terra. Accorrevano uno dopo l’altro  affrettandosi  dietro di me, senza pronunciare alcuna parola, bensì emettendo dei suoni spezzati, dei lamenti prolungati, come se dei cacciatori avessero sparato in un campo e gli uccellini cercassero rifugio dentro la gabbia. Eccetto quelli che cadevano per terra lanciando gridi di terrore soffocati. Alcune madri e anche alcuni padri stavano fermi presso gli ingressi in pigiama, controllavano i frutti delle loro viscere con gli occhi aperti e ferma risolutezza  affinché non tornasse alcun inutile ragazzo. Vedevo attraverso le finestre chiuse e strette, oltre l’oscurità della mattina, le loro teste accostate e l’ultimo bagliore nei loro occhi: il destino li aveva raggiunti fino a impadronirsene; io non avevo alcun bambino da ammonire o consigliare, avevo solo la mia testa davanti a lo scenario astante, che rievocava i suoi ricordi metodicamente, uno dopo l’altro: immagini restituivano immagini. E non appena il cortile dell’edificio si svuotò dagli scolari e l’autobus si mise in marcia con grandiosa lentezza verso l’edificio confinante, uscii nel fiume della strada diretto al mio posto di lavoro, con l’energia di ogni giorno. La paura della veglia mi aveva abbandonato, si era liberata. Si era liberata quanto bastava. Dopo quel momento rimasero solo bambini sgozzati che portavano la mia coscienza e di cui io, nell’abisso della giornata e della vita, dimenticai presto le fattezze.

Mahmud al-Rimawi

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