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IL SAPORE DELLA CARNE UMANA – Racconto breve di Mahmud al-Rimawi

Posted in letteratura araba contemporanea, racconti brevi with tags , on 6 dicembre 2011 by pensabeneperez

 

Mi sedetti con loro al tavolo ma per qualche ragione non avevo fame mentre loro erano palesemente affamati, come rivelava la loro foga e gli sguardi voraci. Da quel che sembrava, la fame, o meglio l’appetito  era il motivo della loro allegria e dei loro schiamazzi, mentre,  per quanto mi riguarda, la disappetenza era cagione di avvilimento e esclusione.

–          Devi mangiare

–          No. Non mangerò. Berrò qualcosa.

–          Probabilmente non hai mai assaggiato prima questi piatti di mare.

–          Di quelle cose mangio solo il pesce ma non ne vedo sul tavolo.

Poco dopo erano già completamente intenti a ingozzarsi di carni marine e non, mentre io avevo cominciato a sorseggiare lentamente la mia bevanda, e poco a poco si allontanarono da me. Non ero più con loro. Si strappavano le pietanze a vicenda sbranandole, del tutto assorti e totalmente consacrati a quelle prede. Intanto, qualche parola cadeva dalle loro labbra, troncata e strascicata. Parole che a me sembravano intinte nel sangue. Parole mischiate a risate rantolanti unte d’olio. Nel frattempo borbottavano annuendo uno dopo l’altro a mo’ di approvazione.

Non appena ebbero finito di mangiare quei sentimenti di benevolenza reciproca andarono scemando…  non appena furono sazi smisero anche di avere voglia di conversare, occupati, com’erano,  a respirare affannosamente, risultato dello sforzo estenuante che ognuno di loro aveva compiuto. Cominciarono a scambiarsi sguardi schivi e imbarazzati pregni di afflizione e senso di smarrimento, fino a che non si domandarono a vicenda quale fosse la bevanda adatta dopo aver mangiato (a me non lo chiesero, in considerazione del fatto che avevo già bevuto). Si accordarono sul tè alla menta mentre ognuno di loro mi guardavano in modo scettico.

–          Hai rinunciato a un ottimo pasto.

Disse uno di loro e gli altri due assentirono.  Disse ciò in modo serissimo. Un po’ meno serio, per gentilezza ed educazione gli risposi:

–          Voi almeno, non vi avete assolutamente rinunciato!

Certo che non avevano rinunciato. Avevano infatti mangiato e si erano saziati fino a riempirsi. Sembrava come  se la frase che avevo detto per gentilezza e forse anche un po’ per scherzare avesse richiamato la loro attenzione su un pericolo reale che poteva minacciarli …. a causa mia,  di fronte a qualsiasi errore o confusione nelle valutazioni e nelle considerazioni di cortesia. Avevano davvero rinunciato al loro agognato pasto di carni. Ma se ne erano accorti tardi, mentre prima  erano stati accecati dalle buone intenzioni… ma adesso che se n’erano accorti  rendendosi conto del pericolo, i loro sguardi appuntiti come coltelli avevano iniziato ad addentarmi al punto che mi immaginai che stessero per divorarmi.

Mi alzai e loro si preparano a loro volta ad alzarsi, ma io ero più veloce di loro e me ne andai in fretta.

Per strada cominciai a farmi domande sul sapore della carne umana rimproverandomi per la mia scarsa competenza su quest’argomento.

Mahmud al-Rimawi è u giornalista e scrittore palestinese (Bayt al-Rima – 1948) residente ad ‘Amman, molto famoso per i suoi racconti brevi. Nel 1997 ha vinto anche il premio palestinese per il racconto breve consegnatogli da Mahmud Darwish che era membro della commissione giudicatrice. Alcune sue opere sono state tradotte in inglese e in frances, in italiano, che io sappia, non ancora o per lo meno non sono state pubblicate.

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COMINCIAMMO LA NOSTRA GIORNATA – Racconto breve di Mahmud al-Rimawi

Posted in letteratura araba contemporanea, racconti brevi with tags , , on 24 novembre 2011 by pensabeneperez


Una mattina invernale, molto presto, mi svegliai d’improvviso, senza passare per quella zona intermedia tra sonno e veglia. Come un apparecchio cui era stata staccata la corrente d’un tratto mi bloccai, persi voce e movimento, ritrovandomi nudo sulla riva di una mattinata precoce in una amara veglia. La testa svuotata dai pensieri come un orologio “sfasato”. Che aspra similitudine!  Tuttavia calzante, come un idea muta che, sebbene stesse proprio sopra di me, non riuscivo a raggiungere. Mi girai con un movimento semi-istintivo ed vidi l’orologio accanto a me sopra il tavolo: le sette passate. Non c’era tempo. Il tempo è severo e definitivo, senza compassione né ritorno. Mi adeguai. Dopo dieci minuti ero arrivato interamente davanti all’ingresso dell’edificio. Ero in uno stato di paura e turbamento. E quando vidi l’autobus arancione, proprio lui, accovacciato davanti a me, rimasi prosciugato sul posto, malgrado mi ci imbattessi ogni giorno. Era veramente un autobus strano, tuttora ignoro la ragione profonda per cui è stato scelto per questa missione, giacché non aveva la sagoma dei soliti autobus: era largo, di forma più o meno quadrata, arcuato e convesso ai lati, come un ammasso di residui minerali.

Aveva pareti solide e spesse come quelle di un carro armato. Le finestre  erano alte e strette come quelle di una prigione. Quanto alla parte anteriore dell’autobus, davanti all’autista, era piccola e sottile, come il muso di una volpe. E l’autobus arancione, accovacciato come un animale mitologico, emetteva un grido soffocato e acuto: era il suono del clacson. Un suono senza melodia, stabilità o regolarità temporale che fuoriesce solo quando meno te l’aspetti. Questo suono era ciò che riuniva i bambini e gli scolari, e li catturava. I bambini, i bambini dei vicini, accorrevano con i loro abiti bianchi e blu, con i loro visi assonnati e pallidi, gli occhi sottili e vaganti, i piedi incespicanti e scalpitanti, con gli zaini pesanti, ciondolanti, che pendevano verso terra. Accorrevano uno dopo l’altro  affrettandosi  dietro di me, senza pronunciare alcuna parola, bensì emettendo dei suoni spezzati, dei lamenti prolungati, come se dei cacciatori avessero sparato in un campo e gli uccellini cercassero rifugio dentro la gabbia. Eccetto quelli che cadevano per terra lanciando gridi di terrore soffocati. Alcune madri e anche alcuni padri stavano fermi presso gli ingressi in pigiama, controllavano i frutti delle loro viscere con gli occhi aperti e ferma risolutezza  affinché non tornasse alcun inutile ragazzo. Vedevo attraverso le finestre chiuse e strette, oltre l’oscurità della mattina, le loro teste accostate e l’ultimo bagliore nei loro occhi: il destino li aveva raggiunti fino a impadronirsene; io non avevo alcun bambino da ammonire o consigliare, avevo solo la mia testa davanti a lo scenario astante, che rievocava i suoi ricordi metodicamente, uno dopo l’altro: immagini restituivano immagini. E non appena il cortile dell’edificio si svuotò dagli scolari e l’autobus si mise in marcia con grandiosa lentezza verso l’edificio confinante, uscii nel fiume della strada diretto al mio posto di lavoro, con l’energia di ogni giorno. La paura della veglia mi aveva abbandonato, si era liberata. Si era liberata quanto bastava. Dopo quel momento rimasero solo bambini sgozzati che portavano la mia coscienza e di cui io, nell’abisso della giornata e della vita, dimenticai presto le fattezze.

Mahmud al-Rimawi

PENA DI MORTE – Racconto breve di Mahmud al-Rimawi

Posted in letteratura araba contemporanea, racconti brevi with tags , , , , on 20 settembre 2011 by pensabeneperez

Quando in strada tutto fu calmo e fermo, le famiglie permisero di uscire ai bambini, smaniosi di correre e giocare.  Tuttavia, poiché sembravano avr smarrito la voglia dei vecchi giochi di sempre, indissero una riunione.  Cominciò a parlare il più grande, ‘Abd al-Jabbàr, con occhi che sprizzavano scintille e impazienza:

–          Non giocheremo a moscacieca!

Gli altri risposero a voce alta:

–          Non giocheremo a moscacieca!

Sorrise con soddisfazione e continuò senza esitare :

–          Non giocheremo a guardie e ladri!

Ripeterono all’unisono come fossero in classe davanti al maestro:

–          Non giocheremo a guardie e ladri!

Alzò la testa, poi gridò, con una voce che era tutta ardore e determinazione.

–          Non giocheremo al gioco delle sette pietre!

Annuirono dicendo simultaneamente:

–          Non giocheremo al gioco delle sette pietre!

Dopodiché ‘Abd al-Jabbàr riprese fiato e tacque mente i suoi occhi giravano esaminando il viso dei suoi compagni.  Al ché disse a voce bassa ma decisa.

–          Giocheremo a un gioco nuovo.

I bambini rimasero in silenzio, aspettando.

–          Giocheremo a turno, a due a due, a un gioco nuovo

La smania e l’eccitazione s’impossessarono dei loro volti.

–          Il gioco si chiama “ il poliziotto e il cittadino”

Essi allora sorrisero rasserenati. Ma il viso di ‘Abd al-Jabbàr divenne nero di collera:

–          Come se lo conosceste. Nessuno lo conosce, è un gioco nuovo.

Uno di loro proruppe domandando, mentre gli altri serbarono il loro silenzio:

–          Se non lo conosciamo, come ci giocheremo?

Sentendosi potente e superbo, il sollievo gli si diffuse nella anima

–          Ascoltate.  Il poliziotto ama portare le armi. Al cittadino, invece, è vietato portare armi. Perché dunque non dovrebbe essere un ladro o un criminale? capite?  Il poliziotto e il cittadino.  Il poliziotto lo insegue da dietro o da sopra il muro, e qualora il cittadino si stanca o inciampa o scivola,  il poliziotto lo arresta e lo processa. Ma se il cittadino resiste allora diventa guardia e si gioca un altra volta, capito?

Lo stupore li colpì per lo sgomento iniziale, cominciarono a ripetersi l’un l’altro ciò che aveva detto ‘Abd al-Jabbàr. Poi agitati si misero a correre a perdifiato, ognuno di loro desiderava iniziare il gioco. ‘Abd al-Jabbàr disse, indietreggiando di qualche passo.

–          A sorteggio, cioè a sorte.

Si legò un fazzoletto attorno alla testa sopra gli occhi e tese le braccia parallelamente in avanti, la sua cominciò a passare sulle teste dei bambini che si erano accalcati di fronte a lui, fino a che ne prese uno di nome Muntasir.

Sussultarono quando ‘Abd al-Jabbàr saltò sul muro vicino.

–          Vieni qua cittadino sovversivo!

Il cittadino Muntasir fuggì e il poliziotto, dopo essere saltato a terra, lo inseguì, ma Muntasir a sua volta si arrampicò sul muro.  Il poliziotto allora congiunse le dita delle mani a impugnare un’immaginaria pistola cominciando a emettere suoni simili al rumore degli spari.  Il cittadino abbassò la testa e gli rispose col fuoco. Continuarono a spararsi reciprocamente e ad abbassarsi a turno fino a che Muntasir si defilò un istante per poi saltare addosso ad ‘Abd al-Jabbàr cogliendolo di sorpresa. Urlò allora ‘Abd al-Jabbàr, gonfio di rabbia:

–          Ecco, l’ho arrestato!

Al ché Muntasir, turbato e incredulo, disse:

–          … Ma.. sono io che l’ho fatto…

‘Abd al-Jabbàr, scuotendo la testa a destra e sinistra per esprimere il suo dissenso, replicò:

–          È  il poliziotto che arresta il cittadino sospetto, tu ti sei consegnato autonomamente, in vita tua hai mai visto un cittadino che arresta una guardia?

I bambini scoppiarono a ridere, alcuni di loro non nascondevano la loro ammirazione per il poliziotto e per il gioco.

Dopodiché ‘Abd al-Jabbàr avviò il processo di Muntasir.

–          Se stato arrestato in flagrante delitto, ecco loro sono testimoni, tu sparavi contro  il poliziotto.

Poi si girò verso i bambini domandando loro:

–          Non avete visto voi stessi e non avete sentito il rumore degli spari?

Alcuni negarono con il silenzio ma altri furono d’accordo:

–          Lo abbiamo visto, lo abbiamo sentito.

‘Abd al-Jabbàr sbatté il piede a terra.

–          Pertanto la sua sentenza è la condanna a morte, prendetelo.

Alcuni avanzarono e lo presero, mentre gli altri erano preda di sbigottimento e sconcerto.

Quanto ad ‘Abd al-Jabbàr egli non scherzava né sorrideva, come se tutto fosse serio.

Corse verso casa e dopo qualche istante tornò con un grande catino:

–          Allontanatevi da lui

Si allontanarono, tutti spostavano i loro sguardi dal poliziotto a Muntasir il condannato…

–          Chiudi gli occhi

Sorrise Muntasir con timore e fiducia poi chiuse gli occhi. Il poliziotto invece gli occhi li aprì in tutta la loro larghezza e versò sopra la testa di Muntasir il petrolio contenuto nel catino, inzuppando i suoi vestiti. Rapidamente poi accese un fiammifero di zolfo che teneva in mano e con delicatezza lo tese verso i vestiti di Muntasir che presero fuoco.

Ammonì ‘Abd al-Jabbàr i bambini dicendo:

–          Guardatevi dal fuoco, scappate!

Egli corse via e corsero dietro di lui tutti gli altri, terrorizzati.

Alcuni si fermarono per voltarsi indietro, domandandosi se il gioco era finito oppure no.

Muntasir continuò a bruciare da solo.

Mahmud al-Rimawi è u giornalista e scrittore palestinese (Bayt al-Rima – 1948) residente ad ‘Amman, molto famoso per i suoi racconti brevi. Nel 1997 ha vinto anche il premio palestinese per il racconto breve consegnatogli da Mahmud Darwish che era membro della commissione giudicatrice. Alcune sue opere sono state tradotte in inglese e in frances, in italiano, che io sappia, non ancora o per lo meno non sono state pubblicate.